Articolo di Luca Granata
Sempre più ragazzi usano i chatbot non soltanto per studiare o cercare informazioni, ma per raccontare come stanno. Li interrogano quando sono tristi, arrabbiati, confusi. A volte ricevono conforto. Ma che cosa accade quando una macchina diventa un interlocutore emotivo? E che cosa sappiamo davvero delle conseguenze?
Una sera qualunque
Robi ha tredici anni. Una sera scrive a ChatGPT che sta “male”; il chatbot risponde che gli dispiace vederlo così. Intervistato dai ricercatori di EU Kids Online, Robi racconta di essersi sentito felice, “perché comunque, boh, mi ha capito”.
In questa piccola scena c’è già tutta la questione.
Robi è stato davvero capito? Non nel senso in cui intendiamo normalmente questa parola. Dall’altra parte non c’è qualcuno che prova preoccupazione per lui, ma un sistema capace di generare una risposta linguisticamente plausibile e adeguata al contesto. Eppure il sollievo che Robi ha provato è reale. Ed è reale anche il bisogno che lo ha portato a scrivere.
Tenere insieme queste due verità, senza sacrificare l’una all’altra, è forse il punto di partenza migliore per capire che cosa sta accadendo tra adolescenti e intelligenza artificiale.
Non è più un fenomeno marginale, o forse non lo è mai stato
I numeri raccontano un cambiamento rapidissimo. Negli Stati Uniti il 64% degli adolescenti usa chatbot, tre su dieci ogni giorno, e il 12% vi cerca supporto emotivo (Pew Research Center, 2026). Secondo uno studio su JAMA Network Open (McBain, 2025), il 13% dei giovani tra 12 e 21 anni chiede consigli all’IA quando è triste, arrabbiato o in ansia, e oltre il 90% li trova utili.
In Italia il fenomeno appare ancora più esteso: secondo EU Kids Online, l’89% dei ragazzi tra 9 e 16 anni ha utilizzato l’IA generativa nell’ultimo mese e circa uno su quattro l’ha usata per parlare delle proprie preoccupazioni. (EU Kids Online, 2026).

Fonte: EU Kids Online 2025 (Mascheroni, Rosichini, Cino, 2026) · campione italiano di 2.170 ragazzi di 9–16 anni
Perché un adolescente si confida con una macchina?
La risposta più semplice potrebbe essere anche la più importante: perché è facile.
Un chatbot è disponibile alle due del pomeriggio come alle due di notte. Non bisogna prendere appuntamento, non costa nulla, non alza un sopracciglio davanti a una domanda imbarazzante e, almeno nella percezione di chi lo utilizza, non racconterà agli amici ciò che gli è stato confidato.
Nell’indagine di Common Sense Media, il 17% dei ragazzi indica proprio la disponibilità costante tra le ragioni dell’utilizzo e il 14% cita l’assenza di giudizio. Gli studi sottolineano inoltre immediatezza, costo nullo e privacy percepita, caratteristiche particolarmente importanti per chi difficilmente chiederebbe aiuto a un adulto o a un professionista.
Le interviste italiane di EU Kids Online aggiungono sfumature preziose. Una ragazzina di 13 anni spiega che al chatbot si possono raccontare i litigi con le amiche perché non potrà mai rinfacciarli, e che basta cancellare la conversazione per farla sparire. Un’altra ragazza, quindicenne, riconosce che i consigli ricevuti sono spesso generici e poco risolutivi. Ma sottolinea un vantaggio difficilmente battibile: il chatbot c’è «sempre».
I ricercatori parlano di socialità artificiale: qualcosa che si colloca in una zona ancora difficile da definire, tra passatempo, conversazione e ricerca di sostegno.
Ed è significativo che tutto questo avvenga proprio durante l’adolescenza. È l’età in cui ci si separa dai genitori, si custodisce un territorio privato e si diventa ipersensibili al giudizio dei coetanei. Un interlocutore che non riferisce, non giudica e non si stanca di risponde esattamente a queste esigenze evolutive. Ma risponde anche a un vuoto. Negli Stati Uniti quasi un adolescente su cinque ha avuto un episodio depressivo maggiore nell’ultimo anno, e il 40% di loro non ha ricevuto alcuna cura, ricordano i ricercatori di Brown University. Il chatbot arriva dove gli adulti e i servizi non arrivano.
C’è poi la questione dell’antropomorfismo. I sistemi conversazionali sono addestrati a uno stile empatico e relazionale, e la letteratura sul tema suggerisce che sapere di parlare con un’IA non impedisce di attribuirle un ruolo affettivo. Si sviluppano legami di tipo parasociale, simili a quelli con un personaggio televisivo, ma con una differenza cruciale: qui il personaggio risponde, e risponde a te.
Infine, c’è un tratto tecnico con conseguenze psicologiche: la compiacenza (in inglese sycophancy), cioè la tendenza dei modelli a dare ragione all’utente. Un diciassettenne intervistato da EU Kids Online l’ha scoperta da solo. Ha chiesto al chatbot perché il freno anteriore della bici fosse a destra, sapendo che è a sinistra. Ha ricevuto una spiegazione convincente e del tutto sbagliata. Per un ragazzo che cerca conferme sul proprio umore, un interlocutore che tende ad assecondare non è un dettaglio.
Abbiamo bisogno di qualcuno che ci deluda, e invece…
Ma la domanda decisiva, per uno psicologo, è un’altra: che cosa insegna a un ragazzo una relazione sempre disponibile, sempre accomodante e priva di conflitto?
Winnicott descriveva la “madre sufficientemente buona”: quella che, a poco a poco, manca. Fa aspettare, non indovina sempre, ha bisogni suoi. Proprio quei piccoli fallimenti permettono al bambino di scoprire che l’altro esiste davvero. Le relazioni umane funzionano così per tutta la vita: chiedono attesa, negoziazione, reciprocità, la capacità di tollerare il limite e il rifiuto. Non sono ostacoli alla crescita, ne sono una parte essenziale.
Heinz Kohut parlava di “frustrazione ottimale”: abbastanza da spingere il bambino a costruire risorse proprie, non tanto da ferirlo. Ed è sempre Winnicott a ricordare che la maturità affettiva passa anche dalla “capacità di stare da soli”, che si impara proprio perché l’altro, a volte, non c’è. Un adolescente che non incontra mai un’attesa, un no, una risposta che delude, rischia di non allenare questi muscoli. Il disagio non scompare: viene solo spostato più avanti, nel primo litigio vero, nella prima amicizia che non risponde subito.
Un chatbot è costruito per togliere attrito. Risponde in un secondo, non ha giornate storte, tende a dare ragione. Il rischio non è solo che dica la cosa sbagliata, ma che la forma stessa di questa relazione, ripetuta ogni giorno per ore, renda le relazioni reali più lente e deludenti al confronto. Per questo il tempo d’uso conta: in uno studio del MIT Media Lab e di OpenAI, chi usava spontaneamente di più il chatbot riportava più solitudine e più dipendenza emotiva. Non è però una relazione di causa ed effetto: può anche darsi che a cercare di più il chatbot sia proprio chi è già più solo.
Non è un timore solo teorico. Annunciando lo stop alle chat libere per i minori, una delle aziende del settore, Character.AI, ha scritto di temere gli effetti delle conversazioni aperte sugli adolescenti anche quando i filtri sui contenuti funzionano perfettamente. È un’ammissione importante: il problema non è soltanto ciò che il chatbot dice, ma ciò che la relazione con lui è. Uno sfogo occasionale non è diverso da un diario che risponde. Il quadro cambia quando il chatbot diventa il primo, o l’unico, luogo dove portare il dolore, e la conversazione con lui sostituisce quella con un amico, un genitore, un insegnante.
Non possiamo lasciare l’IA agli adolescenti
A questo punto, però, la domanda non può più essere se permettere o vietare agli adolescenti di usare l’intelligenza artificiale. Quella partita, semplicemente, è già cominciata. I ragazzi la stanno usando, la esplorano e spesso ne comprendono possibilità e linguaggi molto prima degli adulti.
L’intelligenza artificiale non va subita. Va governata come dice il collega Tommaso Ciulli.
E governarla, sul piano educativo, non significa espellerla dalla relazione con gli adolescenti. Significa fare esattamente il contrario: entrarci. Conoscere gli strumenti che usano, parlarne con loro, sperimentarli insieme, insegnare a riconoscerne possibilità e limiti. Significa poter chiedere a un ragazzo non soltanto quanto tempo trascorre online, ma anche: «Che cosa hai chiesto all’IA?», «Che cosa ti ha risposto?», «Tu che cosa ne pensi?», «Proviamo a capire insieme se ha ragione?».
Gli adolescenti saranno sempre dieci passi avanti agli adulti nell’adozione delle nuove tecnologie. Non possiamo pretendere di precederli su ogni piattaforma o conoscere prima di loro ogni nuovo strumento. Ma essere adulti non significa necessariamente stare dieci passi avanti. Significa non smettere di camminare accanto a loro.
Torniamo allora a Robi e alla sua sera triste. Forse il punto non è augurarsi che la prossima volta non scriva a ChatGPT. Potrà farlo, e quella conversazione potrà perfino essergli utile. La questione è che Robi sappia che quella risposta viene da una macchina, impari a interrogarla senza consegnarle il governo delle proprie scelte e, soprattutto, abbia adulti abbastanza presenti da poter parlare con lui anche di ciò che accade lì dentro.
Perché l’intelligenza artificiale farà parte della vita dei nostri figli. La scelta che ci resta non è se farla entrare oppure no. È decidere se lasciarli soli davanti a essa o tornare a esserci, imparando insieme a loro a governarla.
Forse è arrivato il momento che noi adulti ce ne accorgiamo.
Fonti e approfondimenti
• Pew Research Center, How Teens Use and View AI, 2026
• McBain R.K. et al., JAMA Network Open 2025;8(11):e2542281 (sintesi)
• Mascheroni G. et al., L’IA generativa fra bambini e adolescenti italiani, EU Kids Online, 2026
• Brewster R.C.L. et al., JAMA Network Open, ottobre 2025 (sintesi)
• Università di Torino, Interazioni tra minori e chatbot generalisti, bozza non pubblicata, 2026
• Feng X. et al., meta-analisi su chatbot e salute mentale giovanile, Journal of Medical Internet Research, 2025
• MIT Media Lab e OpenAI, studi sull’uso affettivo di ChatGPT, 2025 (sintesi)
• D.W. Winnicott, Gioco e realtà, 1971

